luni, 27 august 2012

L'inglese: l'imposizione e l'influenza di un modo di pensare


Ci ha mai riflettuto qualcuno perché una lingua diffusa attraverso le conquiste militari, la colonizzazione e lo sfruttamento di popolazioni inermi è considerata la lingua più adeguata e importante per diffondere il valore del rispetto reciproco ed educare i giovani europei a vivere insieme? Una lingua, che dietro alla giustificazione che la vuole di comunicazione internazionale, si impone in tutti i settori e a chiunque con serie ripercussioni sulla diversità culturale del Globo.

Da piccoli siamo obbligati a studiare l'inglese nelle scuole, spesso senza alcun margine di scelta. Magari qualcuno riserva una vocazione per un'altra lingua. Forse c'è chi è incline verso lo spagnolo o verso il francese, lingue neolatine sorelle molto più vicini all'Italia di quanto non lo sia l'inglese. Ma no, non si può scegliere, perché qualcuno ha già deciso per noi. Sembrerebbe che l'inglese sia quasi più importante dello stesso Dio. Infatti, mentre la religione viene esclusa dalle scuole perché ostacolerebbe la libertà di coscienza dei giovani, l'inglese viene imposto in alcuni casi addirittura dall'asilo!

Risulta chiaro come, in un simile contesto, si tende a considerare come normale il dominio dell'inglese in qualsiasi aspetto della vita quotidiana e culturale della società. Si è manipolati sin dalla tenera età che, se si conosce l'inglese, ovunque si va nel mondo il successo è garantito, che è un segno di intelligenza fuori dal comune, ma se invece non lo si parla, allora si è un semianalfabeta. In questa maniera si tende a far abituare la gente, col trascorrere degli anni, ad avere complessi d'inferiorità verso la propria lingua, declassata al rango di lingua di serie B.

Senza cultura la nostra vita non avrebbe significato. Se una comunità vive in maniera armonica è perché dietro ad essa esiste una cultura che determina il valore e il senso di qualsiasi cosa la circonda. La cultura di un popolo è il risultato di un'esperienza interiore, individuale e comunitaria ma allo stesso tempo intergenerazionale. La lingua che parliamo, ad esempio, come mezzo principale di trasmissione della cultura, che è contemporaneamente essa stessa cultura, esiste perché altri prima di noi l'hanno parlata. La presenza della lingua inglese in ogni aspetto della vita di un popolo, a lungo termine, significa minare le fondamenta della comunità tramite l'imposizione artificiale di un presente rotto dal proprio passato con la conseguenza che un indomani si avrà un futuro senza memoria, senza punti di riferimento, trasformando le nuove generazioni in degli recipienti vuoti facili da riempire (si legga "manipolare").

La lingua quindi, prima ancora di essere un fattore richiesto dal mercato del lavoro, è innanzitutto una forma mentis, un modo di pensare, una maniera logica di intendere la realtà ereditata da generazioni che al tempo stesso veicola una scala di valori. La lingua è un patrimonio comune e le radici di un popolo. La lingua è cultura.

La lingua inglese, secondo quanto afferma Anna Maria Campogrande, presidente dell'Associazione per la difesa e la promozione delle lingue ufficiali della Comunità Europea all'interno della Commissione Europea, è una lingua che veicola essenzialmente i valori del capitalismo, del mercantilismo, del profitto e del colonialismo economico e culturale. La lingua inglese insegnata in tenera età può segnare una volta per tutte il modo di pensare dei bambini italiani (ma può valere benissimo anche per i romeni) distruggendo così quel che è rimasto del modello culturale italiano.

Le giustificazioni che sono invocate per mantenere l'inglese nelle posizioni chiave in tutti i settori, è un modo di procedere tipico dei paesi piccoli, che, in mancanza di un mercato interno adeguato che permetta la produzione in lingua nazionale di tutte le espressioni culturali, dal cinema alla musica fino alle trasmissioni televisive, permettono la loro incorporazione culturale e spirituale nella sfera anglo-americana.

sâmbătă, 25 august 2012

Ernst Jünger


"Este greșit să spun că aștept o întoarcere la trecut, ca Chateaubriand, sau ca Blaster, eterna întoarcere: las acest capriciu conservatorilor, în politică, și în spațiul cosmic, astrologilor. Nu: Eu sper la aventuri de rang egal, și chiar și mai înalte, și nu numai în domeniul uman ".

joi, 9 august 2012

La deriva dell'associazionismo romeno

Un aspetto indicativo della perdita di memoria tipica dell'uomo moderno e quindi dell'identità, intesa tradizionalmente come una catena intergenerazionale, si può osservare nell'evoluzione dell'associazionismo romeno in Italia a partire dalla seconda metà del secolo scorso.

Se in seguito alla seconda guerra mondiale la diaspora romena in penisola italiana era quasi interamente costituita da legionari in esilio e da altri dissidenti politici fuggiti dal regime comunista della Romania di allora, attualmente le cose sono radicalmente cambiate.

All'influenza e al contributo, nell'ambiente tradizionalista-identitario italiano, dei vecchi membri della Legione dell'Arcangelo Michele, come Nicolae Bujin e Constantin Papanace, in termini di libri, di testimonianze e di altre attività di trasmissione dell'esperienza maturata durante la lunga persecuzione subita in qualità di legionari, oggi, si sostituisce una radicale deriva verso la retorica del mondialismo e del multiculturalismo.

La comunità romena, che attualmente costituisce l'1,6% della popolazione dell'Italia con oltre 120 associazioni registrate ufficialmente, sembra oggi aver dimenticato che per oltre quarant'anni è stata soggiogata da un regime comunista che, tra l'altro, nel suo intento di comunistizzare il Paese praticava contro gli oppositori la rieducazione mediante la tortura, meglio conosciuta come l'esperimento Pitești.

Privi di memoria nei confronti di coloro che riempirono le carceri comuniste perché colpevoli di essersi opposti all'utopia marxista che propagandava la lotta di classe, l'internazionalismo e l'ateismo, le associazioni romene odierne si sono dimostrate anche incapaci nel riscoprire le orme che i loro antenati rifugiati politici hanno lasciato durante il loro esilio in Italia.

Dimenticato il passato, i martiri, e con la pretesa che il mondo sia nato in concomitanza con loro, tali associazioni hanno sposato la causa multiculturale della sinistra italiana, apostolo dell'immigrazione, senza Dio e senza identità, annebbiando in un colpo solo la Rivoluzione anticomunista del 1989 e infangando la memoria di tutti coloro che si opposero all'Utopia marxista.

Il nuovo stile di azione delle associazioni romene, paradossalmente, non si orienta neanche più contro quelle cause della globalizzazione che hanno trasformato i romeni in rifugiati economici costretti a lasciare la loro terra e i loro cari, ma anzi vengono accettate, contribuendo al progetto di distruzione dell'unità etno-culturale, oltre che del proprio popolo, anche del popolo italiano rispondendo all'appello democratico per la costruzione di un'Italia multietnica.

Nello spirito di una diversità di forma ma senza sostanza, le associazioni romene organizzano regolarmente spettacoli con balli e canti folcloristici perpetuando in maniera morta la tradizione e l'essere romeno. Il filosofo francese, Gustave Thibon, nella sua opera Ritorno al reale, è del parere che tra colui che uccide intenzionalmente la Tradizione e il fariseo che la mima non ci sia alcuna differenza: qui si imbalsama, là si abbandona al forno crematorio, ma, in ambedue i casi, è su di un cadavere che si lavora.

I vestiti e i canti tipici tradizionali romeni sono arrivati così ad essere un mero capitale nelle mani di queste associazioni, da sfruttare di fronte agli italiani e ai connazionali nostalgici, mediante manifestazioni che assomigliano più a degli eventi carnevaleschi che a un vivere sinceramente l'appartenenza.

Senza accorgersi che già dalla prima generazione i giovani romeni parlano nel dialetto del luogo dove risiedono, risultandone un kitch difficile da immaginare, scordandosi la madrelingua e ignorando la propria cultura e gli avi, le associazioni romene si rendono complici di un attacco duro al concetto di "stirpe" di cui esse stesse pretendono di farsi i paladini per affermare nel lungo periodo, di conseguenza, come unico criterio di appartenenza ad un territorio il semplice atto di pagare le tasse, senza alcun legame nel tempo e nello spazio.

sâmbătă, 4 august 2012

Julius Evola

”un artizan care îndeplineşte perfect funcţia sa este în mod clar superior față de un rege care debarasează şi nu e la înălțimea demnității sale”