vineri, 15 februarie 2013

La manipolazione delle campagne di prevenzione della violenza sulla donna.


Su proposta della femminista Eve Ensler il 14 febbraio è stata dichiarata la giornata mondiale contro la violenza sulla donna, nuovo mito che la "società civile" di stampo neo-marxista cerca di sfruttare a proprio vantaggio. Sfortunatamente in tale trappola, camuffata di buoni propositi, ci cascano gran parte delle persone.

Il maggior numero di casi di violenza sulle donne, ci dicono, si consumano nell'ambito domestico, tuttavia, nessuno dice apertamente che in realtà questa è una generalizzazione che si basa più sulla propaganda femminista che su responsabili studi scientifici.  D'altronde le stesse statistiche ufficiali riportano un livello ridotto di violenza in famiglia, ma anche in questo caso l'attendibilità dei dati raccolti dalle interviste sul campione di donne è messo in dubbio. A farlo è Erin Pizzey, attivista nel campo della violenza domestica è la fondatrice del primo rifugio al mondo per le donne vittime di violenza domestica. Essa, infatti, non solo denunciò la strumentalizzazione politica del suo movimento, contro la violenza domestica, da parte delle femministe radicali, che demonizzano gli uomini enfatizzando artificialmente il problema della violenza sulla donna, ma si accorse durante gli anni di attività che il maggior numero di casi di violenza domestica presentavano un carattere di reciprocità, con abusi provenienti  da entrambe le parti e in misura abbastanza simile.

Alla luce dell'infondatezza dell'allarmismo relativo al fenomeno della violenza sulle donne, quello che in realtà la "società civile" cerca attraverso le cosiddette "campagne di prevenzione e di lotta contro la violenza" è di inculcare nella società un determinato stereotipo: le madri/mogli, e bambini sono vittime, mentre, gli uomini/mariti sono aggressori. Questa è la logica della dialettica marxista, funzionale anche a creare, attraverso il sentimento di rancore coltivato nei confronti degli uomini, la "coscienza di classe" delle donne.

Diventa limpido, guardando più attentamente, di come l'obiettivo che si vuole colpire non è altro che la famiglia, o meglio gli elementi fondamentali su cui essa poggia: l'amore, la fiducia, la solidarietà.  La famiglia viene trasformata in un campo di lotta mentre la vita familiare in una "lotta di classe" in cui il padre/marito rappresenta la "classe sfruttatrice", mentre la moglie/madre e il bambino,  "la classe soggiogata".

Negli USA i risultati di tale strategia sono già visibili: le madri hanno paura di concedere l'educazione dei figli ai padri, mentre le mogli guardano sempre con maggior sospetto e timore i mariti per eventuali "scoppi di violenza". Nelle scuole invece si mette sempre più l'accento sui "diritti dei bambini" cercando di formare un sorta di Pavlik Morozov, lo studente sovietico che denunciò la propria famiglia per "tradimento della patria" dopo averla sorpresa  vendere il grano che doveva essere ceduto allo stato. Un Morozov quindi sempre pronto a chiamare il telefono azzurro per "sensibilizzare" "gli organi competenti" circa la violazione delle "norme democratiche". Dall'altra parte le donne sono incitate a rinunciare sempre più alla vita familiare e ad affermarsi "mascolinamente" nella società, rinunciando così all'ideale naturale di ogni donna: quello di madre e di moglie.

Nessuno nega l'esistenza della violenza nella nostra società ma questa non sussiste come fenomeno di massa al punto da giustificare simili campagne aggressive, le quali, con la pretesa di sensibilizzare la gente su argomenti importanti, perseguono in realtà nel lungo periodo obiettivi sovversivi di ingegneria sociale.

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