
Un aspetto indicativo della perdita di memoria tipica dell'uomo moderno e quindi dell'identità, intesa tradizionalmente come una catena intergenerazionale, si può osservare nell'evoluzione dell'associazionismo romeno in Italia a partire dalla seconda metà del secolo scorso.
Se in seguito alla seconda guerra mondiale la diaspora romena in penisola italiana era quasi interamente costituita da legionari in esilio e da altri dissidenti politici fuggiti dal regime comunista della Romania di allora, attualmente le cose sono radicalmente cambiate.
All'influenza e al contributo, nell'ambiente tradizionalista-identitario italiano, dei vecchi membri della Legione dell'Arcangelo Michele, come Nicolae Bujin e Constantin Papanace, in termini di libri, di testimonianze e di altre attività di trasmissione dell'esperienza maturata durante la lunga persecuzione subita in qualità di legionari, oggi, si sostituisce una radicale deriva verso la retorica del mondialismo e del multiculturalismo.
La comunità romena, che attualmente costituisce l'1,6% della popolazione dell'Italia con oltre 120 associazioni registrate ufficialmente, sembra oggi aver dimenticato che per oltre quarant'anni è stata soggiogata da un regime comunista che, tra l'altro, nel suo intento di comunistizzare il Paese praticava contro gli oppositori la rieducazione mediante la tortura, meglio conosciuta come l'esperimento Pitești.
Privi di memoria nei confronti di coloro che riempirono le carceri comuniste perché colpevoli di essersi opposti all'utopia marxista che propagandava la lotta di classe, l'internazionalismo e l'ateismo, le associazioni romene odierne si sono dimostrate anche incapaci nel riscoprire le orme che i loro antenati rifugiati politici hanno lasciato durante il loro esilio in Italia.
Dimenticato il passato, i martiri, e con la pretesa che il mondo sia nato in concomitanza con loro, tali associazioni hanno sposato la causa multiculturale della sinistra italiana, apostolo dell'immigrazione, senza Dio e senza identità, annebbiando in un colpo solo la Rivoluzione anticomunista del 1989 e infangando la memoria di tutti coloro che si opposero all'Utopia marxista.
Il nuovo stile di azione delle associazioni romene, paradossalmente, non si orienta neanche più contro quelle cause della globalizzazione che hanno trasformato i romeni in rifugiati economici costretti a lasciare la loro terra e i loro cari, ma anzi vengono accettate, contribuendo al progetto di distruzione dell'unità etno-culturale, oltre che del proprio popolo, anche del popolo italiano rispondendo all'appello democratico per la costruzione di un'Italia multietnica.
Nello spirito di una diversità di forma ma senza sostanza, le associazioni romene organizzano regolarmente spettacoli con balli e canti folcloristici perpetuando in maniera morta la tradizione e l'essere romeno. Il filosofo francese, Gustave Thibon, nella sua opera Ritorno al reale, è del parere che tra colui che uccide intenzionalmente la Tradizione e il fariseo che la mima non ci sia alcuna differenza: qui si imbalsama, là si abbandona al forno crematorio, ma, in ambedue i casi, è su di un cadavere che si lavora.
I vestiti e i canti tipici tradizionali romeni sono arrivati così ad essere un mero capitale nelle mani di queste associazioni, da sfruttare di fronte agli italiani e ai connazionali nostalgici, mediante manifestazioni che assomigliano più a degli eventi carnevaleschi che a un vivere sinceramente l'appartenenza.
Senza accorgersi che già dalla prima generazione i giovani romeni parlano nel dialetto del luogo dove risiedono, risultandone un kitch difficile da immaginare, scordandosi la madrelingua e ignorando la propria cultura e gli avi, le associazioni romene si rendono complici di un attacco duro al concetto di "stirpe" di cui esse stesse pretendono di farsi i paladini per affermare nel lungo periodo, di conseguenza, come unico criterio di appartenenza ad un territorio il semplice atto di pagare le tasse, senza alcun legame nel tempo e nello spazio.














